3 Agosto 2008

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Eppure le età non si vedono e per guardarsi devono camuffarsi.
Forse perché l'esistere non è neppure individuale ma totalmente soggettivo.
Nel silenzio di una tranquilla estate, sul lento scendere del fiume, osservavo mio padre pescare. Un buffo cappellino a difenderlo dal sole, occhiali pesanti e sbilenchi, la figura appesantita dal tempo goffamente abbandonata sulla sponda.
Dov'erano i suoi vent'anni? C'erano mai stati?
E il filo spinato di Boelsen?
L'aria pregna di cenere umana e non un filo d'erba, non un filo di speranza?
Quale filo poteva unirci se non quello del sangue?
Quale filo avrebbe tirato lui e quale io per dipanare le cose del mondo?
Quello che l'alito fetido di mostri o il cieco crepitare d'un mitra o la semplice fame non avevano compiuto una minima cellula impazzita stava compiendo.
Ha lasciato adesso orme riconoscibili?
Forse sono io la sua orma.
Io non avrò la mia.
Il filo del rancore o dell'odio o dell'amore spingono i passi dell'uomo. Quando e come ho reciso quei fili?
Al filo delle mie labbra affiorano parole antiche, usate e dette, conosciute prima di pensarle. Cosa c'é al filo dei tuoi occhi?
Avessi una stilla di sudore da farmi asciugare! Una goccia di sangue da farmi succhiare! Un dolore da farmi lenire! Mi inginocchierei e implorante davanti ai tuoi trent'anni ti supplicherei.
Mia musa dal tenero corpo e i seni sfuggenti come un invito, dalle labbra tese tra parentesi strette e dalla mente aggrovigliata come i miei anni, piantami un coltello nel petto a scavarci un tremore, un filo d'umore.
Non mi capirai, non ti capirò ma un urlo squarcerà il mio muto universo.

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