Silvio Izzolino Schioppa

Silvio Izzolino Schioppa

Catene di odori, colori e di suoni.

Radici come catene che ti trattengono, come vortici che ti attraggono, ovunque vada, ovunque tenti di scappare. Amo questa terra umiliata e ad essa, cenere, mi restituirò.

Non sono tornato perché mai veramente sono partito.

Ricardo non è andato via, era nascosto tra pieghe di silenzi e di assenze.

Non si abbandona l’anima, anche se altra.

Sono solo percorsi diversi, che si separano e si riavvicinano e, a giuste distanze, un cenno della mano, un cenno di saluto e di sorriso illuminano solitudini sorelle.

Il ritorno è una sconfitta.

L’ennesima.

Le tante vite ne fanno una? Ricominciare è una virtù?

Intanto si aggiungono ruggine e sabbia ai miei pensieri e fatico a salire scale. Questa commiserazione di me impoverisce il mio ego già così misero e minimo.

Pagherei ore di vita per una carezza sincera incurante della falsità di questa frase.

Avevo fisicità per vivere la giovinezza, non ho spiritualità per vivere la vecchiaia.

Sono morto qualche tempo fa, senza funerali e senza fiori, senza dolore di amici e parenti, senza un marmo o cenere da spargere al vento. Mancare anche alla mia morte è stata la degna conclusione della mia vita.

Ogni goffo tentativo di resurrezione svilisce ancora di più il tempo che non mi appartiene.

Il cuore! Voi donne avete un cuore così pronto all’amore ed al continuo rinnovarsi. Invidio questa capacità di resurrezione e un’altra vita da vivere non ha neppure ricordi dove indugiare.

Domande.

Ci fossero domande diverse da “a che ora vai a letto la sera?” te le porrei.

Sento solo che un’onda più lunga ha sgretolato i castelli innalzati così vicino al mare. Ma più lontano c’è solo sabbia arida e non si può sognare.

Ho sempre temuto che il tuo tempo non potesse mai essere ordinario, quasi come l’ho sempre sperato in cuor mio.

L’intelligenza è un dono che si paga a caro prezzo e ti costringe spesso, paradosso, ad una ostinata ricerca di normalità che non le appartiene.

Così il lavoro. Così l’amore. Così i tuoi giorni.

Segui il tuo genio in percorsi più consoni ai tuoi passi e se spine e rovi lasciano ferite accettale per un’orizzonte che ti rassomigli.

La felicità è un’idea così stupida quasi come la verità. L’orizzonte sei tu e se scopri una te stessa dolente è la’ che verità e felicità risiedono.

Vorrei presentarti Berlino, è un posto dell’anima, che sia questa od un’altra. Luci ne sarebbe felice ed io puoi bene immaginarlo.

Sai Bernardo

ci sono modi per riannodareriallacciareriunirerinverdirerinfrescare rapporti, a volte è sufficiente una pietra in uno stagno immobile.

E’ che il tempo incomincia conti che partono non so da dove ma arrivano sempre allo stesso dove.

Sono contento d’aver amato e goduto d’ogni cosa da amare e godibile, che molti miei giorni abbiano avuto il ritmo d’un verso e tante notti i colori della tragedia.

Sono contento anche che il mio dolore abbia il suono della poesia, angina pectoris, e non un arido e freddo nome scientifico.

E’ per questo che non rinuncio, ora più che mai, al minimo accenno di uno sgorgante piacere. E tu sei un piacere per la mia mente e per il mio corpo. Spero tu abbia fianchi contadini e pazienze orientali per sostenere questa discesa all’ade.

Ma soprattutto una lingua che non sappia d’inchiostro di stampa ma di odio, d’amore, disgusto e di nausee e di attese e di incontri e di buone novelle.

Masturbami ti prego una sinapsi, una qualsiasi delle poche che sono ancora in vita.

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